Da Candia a Domokos. Itinerari garibaldini e sovversivi alla guerra greco-turca del 1897, di Giacomo Bollini e Andrea Spicciarelli, in “Bollettino del Museo del Risorgimento”, Bologna, anno LXVII-LXIX, 2023-2024

Il Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna rappresenta un appuntamento con la storia contemporanea tanto importante quanto ampiamente consolidato, che da decenni offre ricerche storiche originali e solide. Tale è l’ultima pubblicazione, riguardante il biennio 2023-2024, che affronta un tema apparentemente secondario della storia della storia europea e del volontarismo garibaldino a cavallo tra XIX e XX secolo: la spedizione del 1897 in aiuto della Grecia contro l’Impero ottomano. Questo volume mostra esattamente il contrario, e per diversi motivi. Quella che sembra l’ennesimo e secondario episodio di una lunga tradizione volontaristica, che aveva trovato nell’epopea di Giuseppe Garibaldi la sua massima espressione, rivela in realtà una serie di addentellati con la storia nazionale e con il contesto internazionale di grande interesse.

Il merito va tutto ai due autori, Giacomo Bollini e Andrea Spicciarelli, ancora giovani ma rodati storici che uniscono alla passione per la ricerca il rigore metodologico, come dimostra ad esempio il ponderoso apparato di note bibliografiche e archivistiche che sorregge il testo, e che si sono suddivisi il compito di affrontare l’argomento scegliendo la via più complessa ma appagante: quella dell’analisi della spedizione garibaldina e dei suoi volontari nel contesto nazionale così come in quello europeo, tenendo presente che si trattava di andare a combattere in terra straniera per la più nobile della cause garibaldine, la libertà dei popoli oppressi. Tali erano, ma soprattutto apparivano, in un momento di grande attenzione da parte delle opinioni pubbliche, i cretesi, che da secoli combattevano contro i turchi per unirsi alla madre patria, indipendente da decenni. Qui emerge uno dei meriti degli autori, cioè la capacità di adottare uno sguardo ampio, capace di tenere conto delle considerazioni che i tanti attori internazionali espressero per determinare le proprie azioni in quella che era una questione capace di mettere in moto tutto il grande concerto europeo dell’epoca, a partire dal gioco per la supremazia nel mondo euroasiatico tra Gran Bretagna e Russia. Anche la profondità temporale, in grado di ricercare le radici delle tensioni balcaniche, un filo rosso che percorre tutto il volume, è attentamente curata, in modo tale che il lettore, attraverso una scrittura piana e coinvolgente, risale alle motivazioni profonde dello scontro tra greci e ottomani e inquadra in tal modo l’episodio del 1897 in un quadro chiaro ed esplicativo, che oltre alla rivalità anglo-russa, comprende la debolezza turca e i nazionalismi balcanici, le mire asburgiche, tedesche e italiane, e tanto altro ancora.

Contemporaneamente, i due saggi in cui è composto il volume affrontano il tema della situazione italiana, in un frangente particolarmente delicato come quello della crisi di fine secolo successiva alla sconfitta dell’Italia crispina ad Adua e risoltasi solo al volgere del secolo, dopo il drammatico regicidio di Umberto I, con la svolta giolittiana. Il 1897 è dunque un anno di tensioni che sarebbero poi esplose l’anno seguente con i moti per il caro vita e per il pane, ma che lasciava presagire ampie difficoltà alle classi dirigenti non a caso diffidenti nei confronti dei tanti giovani che si avviavano a partire per Creta nel momento in cui l’isola si sollevò, per l’ennesima volta, ai turchi. Allo stesso tempo, l’Italia umbertina cercava disperatamente di risollevare il blasone militare a dir poco appannato dopo la tremenda sconfitta contro l’Etiopia e vedeva nelle acque di Candia la possibilità di ritagliarsi un piccolo ruolo internazionale nell’ambito di quella crisi, come il riconoscimento all’ammiraglio Canevaro dell’incarico di comandare la flotta occidentale accorsa a circondare l’isola, lasciava presagire.

E invece un manipolo di guastafeste, agli occhi dell’Italia ufficiale, assieme all’odio ormai incontrollabile tra greci e turchi e alle velleità nazionalistiche di Atene, crearono una miscela esplosiva che non si tramutò ancora in quella scintilla capace di far esplodere l’intera Europa, come avvenne nel 1914, ma che diede vita comunque a un episodio bellico che preoccupò i moderati italiani proprio perché rinvigorì una tradizione volontaristica che sembrava sopita ormai da decenni, dopo le ultime spedizioni di Giuseppe Garibaldi. Dei suoi figli, il quartogenito Ricciotti fu colui che, incarnando biologicamente l’eredità della tradizione della camicia rossa e dell’enorme fascino che ancora esercitava, trovò nella rivolta cretese e nella successiva spedizione per combattere a fianco dell’esercito greco, la sua consacrazione definitiva, dopo la prova d’armi giovanile che lo aveva portato a distinguersi nella guerra franco-prussiana del 1870, a Digione. Gli anni seguenti erano stati a volte deludenti, caratterizzati anche da affari spericolati nel campo edilizio che ne avevano offuscato la fama, ma gli eventi del 1897 gli diedero la possibilità di tornare a vestire la camicia rossa e di lanciarsi nuovamente in battaglia ritrovando il ruolo di erede delle lotte paterne, in nome della libertà e autodeterminazione dei popoli, specialmente di quello greco, visto che la crisi permise di riprendere anche il tradizionale filoellenismo, dai colori sovversivi, del volontarismo italiano, Infatti, fin dagli anni Venti dell’Ottocento giovani di diversa estrazione partirono per combattere contro i turchi, e la simpatia per la Grecia caratterizzò anche Giuseppe Garibaldi e, come un filo rosso, fu ripreso dai suoi eredi e da un’opinione pubblica italiana in cui la voce dei Comitati Pro Candia si fece sentire forte. D’altro canto, anche negli altri paesi europei si videro opinioni pubbliche eccitate all’idea di aiutare la cristiana Grecia, culla della civiltà occidentale, contro i turchi.

Spicciarelli e Bollini analizzano i prodromi della crisi, lo scenario internazionale che vede sullo sfondo la rivalità anglo-russa che alimenta le frizioni locali e le strumentalizza a seconda degli interessi di queste grandi potenze, creando una instabilità che sfugge al controllo. Al contempo analizzano la rivalità e il peso di leader grandi e piccoli – con i loro antagonismi – che arrivano dall’Italia, i principali dei quali sono Amilcare Cipriani, il comunardo, e il citato Ricciotti. Ma non mancano personaggi che costituiscono un filo diretto con quel grande movimento di emancipazione dei lavoratori che furono i Fasci siciliani, soffocati con lo stato d’assedio nel 1894 da Francesco Crispi: Nicola Barbato fu uno dei capi di quel movimento che si unì alle spedizioni in Grecia, che furono più di una, come più di una furono le fedi politiche coinvolte e che si trovarono fianco a fianco a combattere: la socialista, la repubblicana, l’anarchica.

Il leader di maggior peso fu sicuramente Ricciotti. La Legione garibaldina, che a Domokòs combattè la battaglia decisiva della campagna, pagò un prezzo alto per numero di caduti e di feriti. Fu una vittoria di Pirro, ma diede nuovo lustro a Ricciotti, alla tradizione garibaldina, all’Italia repubblicana, tanto è vero che l’anno seguente si propose una iniziativa per Cuba, che combatteva contro la Spagna. Nel 1912 Ricciotti e i suoi figli, a partire da Peppino, il maggiore dei maschi, che aveva avuto il suo battesimo del fuoco nel 1897, tornarono nuovamente in Grecia per combattere ancora contro i turchi, e nel 1914 organizzarono una legione per affiancare la Francia contro i tedeschi, una vicenda che vide il sacrificio di due dei figli di Ricciotti e che i due autori hanno magistralmente ricostruito alcuni anni fa.

Il volume, impreziosito dalla introduzione di Eva Cecchinato, è suddiviso in due saggi che ricostruiscono il contesto politico e le vicende militari, ma è concepito unitariamente e non tralascia aspetti solo apparentemente secondari. L’eccitazione delle opinioni pubbliche occidentali nei confronti dei massacri compiuti dai turchi negli anni precedenti la rivolta cretese, contro i greci così come a danno di altre minoranze dissidenti, gli armeni in primo luogo, pone anche la questione della grande influenza raggiunta a fine secolo dalla stampa, che visse un periodo aureo e seppe vendere le notizie provenienti dal Mediterraneo orientale come una merce preziosa in grado di commuovere l’animo dei lettori, sancendo il ruolo di primo piano dei giornali in paesi in cui la democrazia si stava – sebbene faticosamente – allargando, mentre il peso delle opinioni pubbliche sulle scelte politiche dei governi cresceva. Non solo, il volume sottolinea anche come la vicenda diede impulso alla nuova arte, il cinema, con quello che fu uno dei suoi pionieri più illustri, il regista francese Georges Méliès, che alle vicende greco-turche del 1897 dedicò alcuni cortometraggi, a dimostrazione della capacità di comprendere quanto fosse alta l’attenzione del pubblico e di dimostrare la potenza della nuova arte nel rispondere alla richiesta di emozioni suscitata dalla vicenda qui perfettamente ricostruita.

Alberto Malfitano